CAMERA, APPROVATA LA LEGGE CINEMA

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5 novembre 2016

CAMERA, APPROVATA LA LEGGE CINEMA

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Sì definitivo dell’Aula della Camera alla nuova Disciplina del cinema e dell’audiovisivo. La legge è stata approvata a Montecitorio con 281 voti a favore, 97 contrari e 17 astenuti. Contro hanno votato Sel e M5S, Fdi e Lega si sono astenuti. Si tratta di una riforma attesa da tempo e che non è esente da aspetti positivi (fondi certi e notevolmente superiori a quelli stanziati in passato, per esempio), ma reca con sé una serie di criticità. Alcune espresse in particolar modo dalle associazioni di cultura cinematografica e in particolare dai cineclub che vedono snobbato il loro ruolo nella formazione consapevole al cinema del pubblico, altre addirittura dallo stesso mondo della politica, che si è fatto portatore di istanze che in gran parte come associazione condividiamo.

 

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Ci teniamo a pubblicare integralmente, in particolare, l’intervento che  il deputato sardo Bruno Murgia, del Gruppo Misto (già presidente dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico) ha fatto alla Camera dei Deputati durante la discussione di approvazione della legge. Lo ringraziamo per aver difeso la causa di un cinema dei territori, delle lingue minoritarie, dell’arte, e delle nuove realtà produttive, professionali ed autoriali, fortemente penalizzate in questa legge da misure che privilegiano, in modo del tutto preponderante, le logiche del mercato e le grosse realtà produttive e distributive già consilidate.

“Signor presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, 
non c’è dubbio che questo sia un provvedimento importante, atteso da tempo. È una legge quadro che riorganizza il settore ma soprattutto offre al cinema la possibilità di rafforzare la propria centralità nel raccontare l’identità nazionale e ne fa il veicolo ideale per esportare il nostro immaginario. 
C’è una grande tradizione di cinema in Italia. A lungo, il cinema è stato il nostro miglior passaporto: intorno a Cinecittà è fiorita un’industria che dato lavoro e distribuito sogni. Era la Hollywood sul Tevere, e il cinema che vi si produceva gareggiava alla pari con quello americano. 
Sono innumerevoli i momenti di arte prodotta in quell’epoca. Tantissimi i nomi di sceneggiatori, registi, produttori, direttori della fotografia, montatori e autori delle colonne sonore memorabili che hanno fatto sì che il genio italiano si affermasse nel mondo attraverso l’industria cinematografica. 
Negli anni del dopoguerra, il Neorealismo e i suoi autori, da Rossellini e De Sica, fino a Visconti, hanno imposto nel mondo un cinema unico, radicato nella realtà e innovativo nelle forme. I più grandi attori della nostra cinematografia hanno dato il volto a un’italianità ricca di umori e sfaccettata, da Mastroianni a Gassman, passando per Sordi, Manfredi e Tognazzi. E nei decenni successivi, accanto ai grandi autori che il mondo ci invidiava, come Antonioni e Fellini, si è affermato un cinema capace di affrontare i nodi cruciali della società e della politica, quello dei Damiani, dei Petri, di Lizzani, Rosi, Vancini, e 
tanti altri. Così come un cinema di genere, fertile e immaginifico, che non ha avuto pari per quantità e qualità, amato e imitato dai più noti registi dei giorni nostri. L’arte, quindi, la poesia per immagini. Non solo svago, ma attenzione al sociale e ai grandi problemi della nostra vita civile e politica. 
Il cinema ha accompagnato il racconto dell’Italia per molto tempo. 
Poi è arrivata la televisione, la liberalizzazione delle emittenti private ha scardinato il dominio del grande schermo, poi moltiplicatosi in tanti piccoli schermi che sono quelli dei telefonini e dei computer sui quali le nuove generazioni si raffrontano con il mondo delle immagini in movimento. Il panorama della produzione, della distribuzione e della diffusione del cinema è radicalmente cambiato, la crisi dell’industria si è fatta sentire, ma questo non significa che il cinema abbia smesso di raccontare la nostra storia. 
La questione da affrontare oggi è quanto decidiamo di scommettere in cultura, qual è l’investimento nelle industrie creative che diventano fattore di innovazione e crescita economica. Quante risorse un governo decide di investire. 
La legge è sicuramente ben fatta e ben strutturata. Si occupa più o meno di tutto: scuole, festival, produzione e distribuzione. E trovo importante che la legge si occupi di potenziamento del sistema delle sale cinematografiche, della digitalizzazione del nostro patrimonio audiovisivo, con il sostegno al lavoro delle cineteche. 
Ha però dei difetti evidenti e vanno tenuti in considerazione. Sono stati sottolineati nei dibattiti in Commissione e nel passaggio al Senato, benché non accolti anche con la proposizione di emendamenti. 
Anche nel mondo del cinema esistono attori forti e attori deboli. Ci sono grandi produzioni internazionali che realizzano film dai grandi costi e dai grandi incassi. È un sistema che privilegia il mercato, dunque: la produzione e la distribuzione di film che vedono la presenza di attori di primo piano. 
Ma esistono anche realtà più piccole, non meno rilevanti. Forse più laterali, indipendenti, slegate dai grandi flussi finanziari, ma capaci di produrre un cinema di qualità. È un cinema meno scontato e meno patinato, meno immediato nell’offrirsi al gusto del pubblico più generico. 
Nelle discussioni che hanno portato a questa legge si è sentito dire che questo cinema spesso era elitario, incomprensibile. Non portava numeri, non aveva spettatori, non superava la prova della sala. 
Ora, la legge in esame sviluppa praticamente l’85 % dei contributi automatici per opere di nazionalità italiana che abbiano determinate caratteristiche di forza. Al restante 15 % va un contributo selettivo destinato alle opere prime e seconde, quelle dei giovani autori, o quelle che nascono da produzioni più piccole. Piccolo budget, realizzazione con prezzi contenuti, difficoltà di distribuzione. Se va, se si riesce a reggere una concorrenza agguerrita, bene, altrimenti dietro l’angolo c’è il flop. E la fine. 
Per ciò che mi riguarda, quelle risorse sono ancora troppo poche. Credo sempre che lo Stato debba investire in cultura. Debba investire anche in progetti di nicchia e rischiare. 
Non si tratta solo, banalmente, di sostenere i più deboli nell’affrontare la non facile prova del mercato. Si tratta di credere nelle idee e nel voler intraprendere anche i sentieri più impervi. Si tratta di non essere troppo conformisti. Di rischiare sulle idee “diverse” di tanti giovani che fanno cinema. 
Nella mia esperienza personale ci sono tre anni trascorsi alla presidenza dell’Istituto regionale etnografico della Sardegna. Nel comitato scientifico di questo prestigioso istituto si sono seduti personaggi del calibro di Marco Muller, forse il più grande direttore di festival che abbiamo in Italia, ora lanciato in una nuova impresa a Macao (e anche questo dovrebbe darci da pensare). Per anni si è portato avanti un Festival di cinema etno- antropologico che è diventato punto di riferimento nel mondo. 
Recentemente, con il prof. Floris dell’università di Cagliari, abbiamo scelto un giovane studioso di cinema – Alessandro Stellino – per dirigere IsReal, un Festival di cinema del reale al quale abbiamo lasciato la massima libertà di sviluppare estro, creatività, voglia di sperimentare strade nuove, sulla base di esperienze simili attuate altrove in Europa. Il Festival ha avuto successo, le spese ridotte, il ritorno economico interessante. Non è stato necessario puntare sul grande cinema conosciuto, sui nomi strabilianti per dire che c’è una realtà, ormai neanche più tanto sotterranea che ha bisogno di spazio e che spesso non arriva ai canali di finanziamento perché non ha nomi o i classici agganci politici. Cosa che, come 
sappiamo, ha ammorbato il cinema italiano di questi ultimi anni. 
L’esperienza che ne ho ricavato è che spesso i talenti, in un sistema così concepito, stentano a emergere. Vanno sostenuti, o non è escluso che altri paesi si dimostrino più acuti nel riconoscerne i meriti, a fronte di una nostra cecità e trascuratezza. È la storia di Roberto Minervini, di Pietro Marcello, di Alice Rohrwacher e di tanti giovani registi che si stanno affermando a livello internazionale ma stentano sul nostro mercato. Ma è anche la storia di Gianfranco Rosi, un regista che, muovendosi in autonomia nel mondo del documentario, ha conseguito in breve tempo due tra i premi più ambiti in ambito cinematografico, il Leone d’Oro a Venezia e l’Orso d’Oro a Berlino, e ci rappresenterà agli Oscar. Insieme a Garrone e a Sorrentino, questi sono gli autori che stanno raccontando il nostro presente, e vanno sostenuti allo stesso modo. 
Ecco perché sarebbe auspicabile che alcune regole contenute nella legge venissero modificate. 
Non mi dilungo sul fatto che la legge avrà bisogno di molti decreti attuativi. 
Resta il fatto che anche i festival di media grandezza, quelli che in definitiva sono la pagina di copertina per il nostro cinema, otterranno poche risorse, rispetto alla generale ricaduta di una manifestazione come Venezia. Credo che, in quel caso, sarà importante, lavorare direttamente con i privati. 
È indubbio però che in Francia le risorse destinate al cinema (per non parlare del complesso del mondo della cultura) siano molte, molte di più. 
Chiudo dicendo, allora, che il rapporto con il cinema, nel nostro Paese, andrebbe ripensato alla base: va rafforzato l’insegnamento del cinema nelle scuole, secondo il sistema francese che ha studiato una riforma capace di inserire il cinema come materia di studio obbligatorio, educando allo sguardo le nuove generazioni, che infatti affollano le sale, e sono in grado di trovare sugli schermi un arte che parli anche di loro, così come del mondo che li circonda. 
Credo che si tratti di un passo fondamentale per salvaguardare il futuro delle nostre giovani generazioni. Come far studiare la storia dell’arte, come insegnare le discipline umanistiche. Il cinema non è solo la materia di cui sono fatti i nostri sogni, è anche lo specchio della storia culturale del nostro paese, e solo favorendone lo sviluppo e il pluralismo, saremo in grado di tornare a primeggiare in ambito internazionale, non solo con pochi alfieri, ma con un’intera cinematografia.”