LEGGE CINEMA, O DI COME TROVARE GLI OPPOSTI DOVE NON CI SONO. di Marco Antonio Pani

PUBBLICATI I BANDI “OSPITALITÀ'” 2016 DELLA FONDAZIONE SARDEGNA FILM COMMISSION. A BANDO 450.000 EURO
2 Agosto 2016
Filmografia Daniele Atzeni
3 Agosto 2016

LEGGE CINEMA, O DI COME TROVARE GLI OPPOSTI DOVE NON CI SONO. di Marco Antonio Pani

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Sull’unione sarda di qualche giorno fa (il 28 luglio)  ho letto un articolo della giornalista Maria Dolores Picciau che, nel raccontare la presentazione dell’edizione cartacea della rivista web “Cinemecum” (in occasione dei suoi 10 anni – facciamo gli auguri) e il ritorno (questa volta sul web – anche qui facciamo gli auguri) della rivista “Teorema”, trae spunto da alcune asserzioni della madrina della prima, Enrica Anedda e del direttore della seconda, lo sceneggiatore Bepi Vigna, per costruire una tesi, non si sa quanto circostanziata, sull’inadeguatezza della legge regionale sul cinema della Sardegna e sulla assoluta necessità di un cambiamento. La tesi è la solita secondo la quale una Film Commission potente sarebbe la soluzione di tutti i mali, visto che, come succede in Puglia, si riuscirebbe a trasformare i soldi destinati allo sviluppo del cinema, in euro tintinnanti nei cassetti dei registratori di cassa dei nostri negozi di souvenir, alberghi, ristoranti e compagnia bella e in enormi flussi di turisti verso la Sardegna con conseguente grande progresso socioeconomico dell’isola.

A sentire la giornalista poi, Vigna rincarerebbe la dose asserendo che i film finanziati dalla legge sul cinema sono prodotti con ” budget elevati, sono visti pochissimo, e non hanno prodotto nessun indotto” e che, per di più, la legge richiede ai progetti una specie di gratuita “patente di sardità che condiziona i temi e le sceneggiature”. “Per questo motivo” – chiude la giornalista con parole sue – “È tempo di bilanci in cui occorre domandarsi se esiste (ma per come è impostata la frase ci dovrebbe essere qui un “se debba esistere”) un cinema sardo o semplici produzioni girate in Sardegna e che portano le immagini delle sue spettacolari location nel mondo.”

Premettendo che io sono il primo ad essere convinto sia del fatto che il cinema e l’audiovisivo possono contribuire a fare delle industrie culturali un importante volano per l’economia della nostra isola e che la legge vada rivista in alcuni dettagli (l’ho più volte affermato pubblicamente e altrettanto ha fatto, in passato, l’associazione Moviementu, che attualmente presiedo), credo che tanto la giornalista che scrive l’articolo, quanto la madrina di Cinemecum e il direttore di Teorema (ammesso che davvero si siano espressi semplicemente in quei termini), trascurino alcuni fattori importanti, sia nel giudicare così duramente la legge regionale sul cinema della Sardegna, sia nell’entusiasmarsi per i risultati turistici della Puglia imputando, di fatto, il boom turistico semplicemente all’exploit della locale Apulia Film Commission.

Ma andiamo con ordine e, per prima cosa sfatiamo un mito negativo con cui regolarmente si cerca di attaccare la legge regionale su cinema.

Secondo i suoi detrattori, la legge stabilisce dei paletti troppo rigidi su uno dei requisiti che i progetti devono avere per esserne finanziati: quello dell’importanza regionale (la famosa “patente di sardità”).

Attenzione però: la legge non stabilisce che tutti i film debbano parlare di pastori, pescatori o minatori (come i succitati detrattori probabilmente immaginano o lasciano immaginare), o che debbano avere dialoghi minimali e assolutamente in lingua sarda. La legge stabilisce che i progetti, per usufruire del “sostegno a progetti di lungometraggio di importanza regionale” debbano costituire un volano per la conoscenza di cultura, lingua, storia, geografia, situazione sociale della Sardegna e saperne promuovere il paesaggio, il patrimonio archeologico e artistico, la gastronomia, l’arte ecc. ecc. Tutte cose che, al contempo, e fino a prova contraria, sono in grado di portare le immagini delle sue spettacolari location nel mondo, di portare turisti, e creare anche ricaduta economica diretta e indiretta.

Ora, come si può facilmente intuire, ecco che per godere di un eventuale finanziamento non c’è bisogno di parlare con la u. I margini di manovra sono ben più ampi e ancora di più lo saranno se passerà la richiesta avanzata dai soci di Moviementu che, interpretando anche l’inquietudine di altri operatori del settore, hanno richiesto che affinché un film sia considerato d’importanza regionale faccia punteggio anche (dico “anche”, non “solo” e non “prioritariamente”) “lo sguardo” dell’autore o del produttore in quanto sardo o residente in Sardegna, qualunque sia l’argomento trattato. Anche se si parla di “mostri aniba”, per intenderci. Ecco quindi che si può parlare anche di UFO, se uno o più parametri dell’importanza regionale vengono rispettati e soprattutto (per questo esistono le commissioni esterne composte da esperti dei vari settori del cinema) a patto che il progetto sia credibile dal punto di vista finanziario e tecnico/artistico.

Ora mi si dirà: ma perché premiare i film di importanza regionale o addirittura lo sguardo dell’autore e non la produzione cinematografica tout court? Qui vi dico la mia e poi vi dico quella della comunità europea.

La mia:

per finanziare dei film qualsiasi a prescindere dall’argomento e dal modo abbiamo già due strumenti. Quali? I bandi del MIBACT (Ministero della Cultura) e la Film Commission regionale. Se i bandi per la produzione della legge regionale sul cinema non tenessero minimamente conto della specificità regionale, sarebbero un doppione di quelli del MIBACT e allora che senso avrebbe destinargli delle risorse?

Se si trattasse semplicemente di promuovere il territorio e far arrivare turisti, basterebbe aprire le casse della regione a chiunque volesse girare in Sardegna, senza prevedere bandi specifici per film di “particolare interesse regionale”.

Ma per questo c’è la Film Commission regionale (oggi Fondazione Sardegna Film Commission), che nasce proprio come sportello della legge regionale sul cinema e poi diventa “fondazione di partecipazione”, proprio con lo scopo di promuovere l’isola come location, di attrarre produzioni dal resto del paese e dall’estero, di favorire la partecipazione degli operatori locali al lavoro sui set, di far conoscere le professionalità locali, di attrarre fondi anche attraverso l’ingresso in società di altri soggetti pubblici o privati e attraverso iniziative di attrazione degli investimenti. Con quei fondi la FC dovrebbe realizzare gli scopi sociali cui la regione la chiama, compresi i bandi “hospitality” che rimborsano una serie di spese logistiche alle produzioni che decidono di girare in Sardegna, e i bandi del costituendo “film found”, una dotazione economica con cui finanziare i film, le serie tv, e qualsiasi altro prodotto audiovisivo che utilizzi la Sardegna come set cinematografico e sia capace di restituire indotto economico e visibilità in prospettiva turistica. Tutto molto bello e di fondamentale importanza (lo penso davvero, non ironizzo).

Ma questo non basta.

Ed ecco perché:

promuovere attraverso una legge specifica il cinema regionale (con interventi ad hoc rispetto a quelli destinati al cinema tout court) ha ancora oggi una valenza fortissima perché il cinema regionale, che oltretutto più facilmente permette l’accesso al lavoro sui set ai lavoratori, ai tecnici, agli artisti e agli attori sardi, di quanto non faccia un film arrivato da Roma o dallo Spazio Profondo (gli esempi non mancano anche nel passato recente), è prima ancora che veicolo della nostra cultura, strumento per la formazione di Nuova cultura, strumento di autocritica e di crescita, di apertura e di confronto. Il cinema regionale va sostenuto perché è capace di farci uscire dall’isolamento e non il contrario. E va sostenuto anche perché quell’isolamento di cui si parla tanto, e spesso in modo strumentale, soprattutto quando si parla di cultura, in realtà non esiste più da tempo.

L’isolamento, quello vero, è favorito da una politica dei trasporti demenziale che ci ha ridotti (e siamo nel 2016, non nella preistoria) ad essere letteralmente schiavi di un monopolio dei trasporti per mezzi e passeggeri via mare, e ostaggio di un paio di compagnie aeree quando nell’aeroporto di un isola piccolina come la spagnola Ibiza atterrano quotidianamente cinquantasei (!) compagnie aeree. Per la Puglia il cinema ha fatto molto, ma se non ci fosse modo di raggiungerla facilmente e a prezzi competitivi, non ci sarebbe il ritorno tanto sbandierato in termini turistici.

Siamo isolati e piccolini, poi, perché in un mondo globalizzato in cui per fortuna non contano più solo le ragioni dei grandi stati nazionali, ma anche quelle dei territori e dei popoli, in cui il cinema dei territori e delle periferie è quello che regala le opere più belle, originali e interessanti, e i modelli di produzione più moderni ed emancipati, in un mondo cinematografico in cui a doppiare i film siamo rimasti in due o tre, e che rende ininfluente ai fini della comprensione la lingua che si parla nei tuoi film (tanto verrai sottotitolato in inglese…), in un contesto in cui la tipicità paga a tutti i livelli e si presenta anche come unica vera alternativa all’omologazione, noi vogliamo snaturare uno strumento come la legge regionale sul cinema, che proprio sulla tipicità pone l’accento, pur pensando alla filiera nel suo complesso. Vogliamo davvero fare questo? Vogliamo davvero far si che il cinema in Sardegna sia solo ed esclusivamente quello dei grandi set italiani, delle fiction televisive e dei “reality” che utilizzeranno le nostre location per farle conoscere al mondo magari spacciandole come Afganistan, come un generico sud Italia o (come è successo in Puglia di recente) per girarci una storia interamente ambientata in Sicilia? Tutte queste cose sono buone e giuste e portano indotto? Forse sì, certo. Ma, ripeto, non basta. Non mi basta.

Finanziare il cinema sardo, (oltre che – e insieme al – cinema tout court) significa dare la possibilità agli autori e ai produttori di crescere e, insieme alle troupe, ai tecnici, agli artisti e agli attori quando il film ne richiede, di raccontare le cose che ci danno orgoglio, e quelle che costituiscono dei problemi, di far conoscere vite altrimenti destinate a scomparire nell’oblio, di darci una visibilità che vada al di là della semplice rappresentazione vacanziera della nostra isola, di far viaggiare piccoli e grandi film che ci rappresentino e ci permettano di confrontarci nei festival internazionali e sui mercati. Nel mondo non ci sono solo i festival di Cannes, di Venezia, e di Berlino: ci sono un’infinità di festival, molti dei quali bellissimi e dedicati a fette della produzione specifiche e in cui davvero si confrontano le culture e si parla, attraverso il cinema, dei problemi del mondo, affrontandoli, e in cui si parla anche, davvero, di cinema, e non solo del vestito che aveva Marion Cotillard, o della nuova fiamma di Luca Argentero, Raul Bova o Stefano Accorsi. In questi festival si va senza motoscafi e senza donzelle discinte e cocktails, ma con i film, quelli piccoli e quelli grandi, in cui le culture e gli sguardi si esprimono attraverso autori, produttori, tecnici e artisti, gli stessi film che possono, nelle scuole, far capire tanto, ai ragazzi, della nostra realtà in modo più efficace e veloce di tanti libri, in modo più onesto di quello di troppa tv, e in modo meno casuale di quello della rete internet e dei social.

I film sardi, grandi e piccoli, finanziati o meno dalla legge sul cinema, negli ultimi vent’anni sono stati visti, eccome. Sono stati visti più di quanto ogni più ottimistica immaginazione avrebbe pensato potesse succedere. Film come “L’Arbitro” “Sonetaula” “Jimmi della Collina” “Su Re” “Ballo a tre passi” “Arcipelaghi” “I morti di Alos” “Capo e Croce” “Le Storie di Piera” “Perfidia”, altri di prossima uscita come “La stoffa dei sogni” o “L’Accabadora”, e un’infinità di lavori minori in quanto a lunghezza e budget ma non certo per importanza e per capacità di sollevare questioni e di portare la nostra cultura, la nostra bellezza e i nostri problemi in giro per il mondo sono un valore, vanno sostenuti e va potenziato il sostegno alla distribuzione perché possano circuitare maggiormente a tutti i livelli.

Il “cinema è un’industria sostenibile”, noi lo diciamo da tempo. Il cinema è lavoro, è ricaduta economica, è promozione turistica, e per questo è una scommessa che vale la pena anche economicamente di fare, ma è pur sempre, anche, un linguaggio e una narrazione. Non possiamo dimenticarlo. Il cinema è un linguaggio molto caro anche quando costa poco, ma che è necessario fomentare e sostenere anche nella sua tipicità regionale e territoriale, se non si vuole demandare completamente ai media, ai social e alla tv (e quindi sostanzialmente ai più forti poteri economici) la narrazione per suoni ed immagini del mondo.

E ora vi dico “quella della Comunità europea”.

Quando la legge 15 (legge regionale sul cinema) venne mandata all’Unione Europea per il parere di legittimità, questa rispose che la nostra legge aveva un solo difetto: riconosceva un punteggio troppo basso ai progetti che avessero un’importanza specifica per la cultura, la lingua, la storia, la società della Sardegna. Per poter esistere, quella legge, doveva riconoscere specificità al cinema regionale con punteggi elevati, perché solo attraverso la valorizzazione del cinema di importanza regionale si sarebbe ottemperato al principale requisito che una legge che finanzia una categoria deve avere secondo la Comunità europea, ovvero non essere considerabile come un aiuto di stato. La legge regionale sul cinema della Sardegna, era valida, per l’Europa, solo in quanto capace di sostenere una minoranza linguistica, culturale, sociale, un territorio in evidente svantaggio economico e in deficit di formazione specifica e di trasporti. Per questo l’Unione Europea ha approvato la nostra Legge Regionale sul Cinema e per questo ha chiesto ai legislatori di connotarla in modo più deciso come una legge di protezione e di farlo attraverso l’elevamento dei punteggi destinati all’importanza culturale regionale. Grazie a questo accorgimento abbiamo oggi una legge che (se ben gestita e finanziata) sostiene la produzione di lungometraggi e cortometraggi, la distribuzione, lo sviluppo di sceneggiature originali, festival, rassegne, interventi di alfabetizzazione audiovisiva nelle scuole, attività universitarie in campo cinematografico, workshop e seminari, borse di studio per i nostri ragazzi. E grazie alla stessa legge abbiamo anche la Film Commission. Come gli altri e da prima degli altri.

Vedere le due cose in contrasto è a mio parere del tutto strumentale e miope.

Pensiamo piuttosto a come risolvere il problema di una Film Commission che (contrariamente a quanto previsto dal suo status di “fondazione di partecipazione”) vive ancora, purtroppo, grazie ai fondi che gli destina la Regione (i bandi ospitalità appena pubblicati, per esempio, non sarebbero stati possibili senza un emendamento ad hoc che gli destinava nell’ultima finanziaria una cifra “extra legge cinema”), senza riuscire a concepire e attuare le politiche giuste per far crescere il proprio patrimonio apportando, e non sottraendo, risorse e professionalità alla regione, come avrebbe dovuto fare fin dall’inizio in quanto fondazione di partecipazione. Non neghiamo l’impegno, ma non vediamo i risultati. Non quelli che ci aspettavamo, almeno. Non ancora. Ad oggi non un socio oltre alla Regione Sardegna stessa, è entrato a far parte della Film Commission (nemmeno il Comune di Cagliari, nonostante abbia affidato alla FSFC la gestione dei bandi “Filming Cagliari”), non un euro, che si sappia, è stato procurato direttamente dalla Film Commission per lo sviluppo del cinema – se non fondi già precedentemente acquisiti da altri assessorati tramite bandi europei e abilmente (quel che è giusto è giusto) dirottati dalla direttrice della FC sulla realizzazione di prodotti audiovisivi mirati. Non è stato ancora messo on line un sito internet efficiente ed “open” che contenga tutte le informazioni di facile e libera consultazione, non c’è ancora quella trasparenza, capillarità e continuità di informazione sulle opportunità offerte dalla Film Commission a chi lavora nel cinema e nell’audiovisivo in Sardegna e a chi dall’esterno vuole venire a girare in Sardegna. La comunicazione con gli utenti singhiozza ed è poco chiara (per cui finisce spesso, di sicuro involontariamente, per sembrare anche poco trasparente ed egualitaria). Problemi di insufficienza del personale? Problemi di politica di gestione? Problemi burocratici? Altri problemi? Probabilmente, di tutto un po’.

Insomma, i problemi sulla via dello sviluppo del cinema in Sardegna sono tanti e vanno affrontati. Dei passi sono stati fatti, non pochi, secondo me. Ma molti problemi persistono e non mi sembra che la questione sia se sia meglio una legge che privilegia le location, il turismo, il lavoro e lo sviluppo, oppure una legge che privilegia le storie, il turismo, il lavoro e lo sviluppo. La nostra legge regionale sul cinema ha gli strumenti per agire ad ampio raggio.

Non è la legge quindi, il problema principale, ma come questa, a diversi livelli, viene gestita. Non è la legge il problema ma quanto, chi ci governa, creda veramente nell’importanza del cinema e dell’audiovisivo e nella sua capacità di essere promotore di crescita sociale ed economica per il territorio.

Perché se non ci credi, nelle cose, quelle non succedono.

PS: sulla questione budget e ricadute vi consiglio di leggere l’articolo scritto tempo fa dall’ispettore di produzione e regista Simone Contu che suo tempo pubblicai nel mio blog personale (da tempo abbandonato ahimè).

http://marcoantoniopani.blogspot.it/2013/07/la-sardegna-e-il-cinema-industriale-di.html

Marco Antonio Pani
Marco Antonio Pani
Classe 66’ nasce a Sassari, in Sardegna. Dopo aver effettuato studi classici e artistici, frequenta un corso professionale regionale diplomandosi come Esperto in gestione audiovisivi nel 1990. Lavora da subito come aiuto operatore, operatore e montatore nelle tv private e poi, come regista e sceneggiatore, realizza per la SSP EDITRICE e per PROGETTI AUDIOVISIVI più di trenta documentari di promozione del territorio, archeologia e storia dell’arte, partecipando coi suoi lavori ad alcuni dei più prestigiosi festival nazionali ed internazionali del settore. Trasferitosi a Barcellona nel 2000 per completare la sua formazione, si diploma in regia cinematografica presso il CECC (Centre d’Estudis Cinematográfics de Catalunya). Fra i suoi lavori il cortometraggio “CHINOTTO”, vincitore nel 2000, tra gli altri, del Premio Kodak al Festival Filmvideo 2000 di Montecatini, “LAS PUERTAS DEL MUNDO NIÑO” (Premio al miglior Film al Festival Nazionale Opere Nuove, Premio Alla Miglior Regia al Festival Vart 2003), la docufiction “ELS PINTORS CATALANS A SARDENYA” (prodotto dalla Generalitat de Catalunya e dalla Televisione Catalana, con la partecipazione della Regione Sardegna e del Comune di Cagliari), il cortometraggio etnografico “PANAS” (Premio Avisa per progetti di antropologia visuale dell’ISRE di Nuoro, Premio al Miglior autore Sardo al Babel Film Festival) e il documentario biopic “ARTURO TORNA DAL BRASILE”, con cui si aggiudica, tra gli altri, il Primo Premio e il Premio al miglior film realizzato al Concorso per progetti “Storie di Emigrati Sardi e il premio al “Miglior Film di autore sardo” al SIEFF 2011, il Festival Internazionale del cinema etnografico, indetto dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna. Nel 2013, firma regia e montaggio del lungometraggio documentario "CAPO E CROCE, LE RAGIONI DEI PASTORI" (in co-regia con Paolo Carboni) con cui partecipa al concorso ufficiale per lungometraggi documentari al Festival del Film di Roma 2013, al Festival du Cinema Italien d'Annecy, al Festival Filmer de Travail di Poitiers e altri festival internazionali. Il film vince, fra gli altri, il Premio al Miglior Film Italiano al Festival Cinemambiente di Torino e quello per il miglior film al Sicilia Ambiente. Dello stesso anno il film di montaggio "ÍSURA DA FILMÁ" realizzato a partire da immagini inedite del grande regista sardo Fiorenzo Serra e musicato appositamente da Paolo Fresu. Fra gli ultimi lavori, il cortometraggio "etno-geo-surreale" "MAIALETTO DELLA NURRA" vincitore al Sardinia Film Festival 2016 del Premio del Pubblico della Ficc e del Premio Vetrina Sardegna assegnato dalla Giuria internazionale e del secondo premio sezione cortometraggi al Festival Sicilia Ambiente. Suo anche il video "ERNESTO", video omaggio alla città di Alghero in occasione del 100º Giro d’Italia, realizzato insieme all'animatore Bruno D’Elia sull'omonimo brano di Claudia Crabuzza, su produzione del Centro Servizi Culturali di Alghero-Società Umanitaria . Come montatore ha montato, tra gli altri i documentari "ROBA DA MATTI" di Enrico Pitzianti e "LE SPOSE DEL GRAND HORNU", di Paolo Carboni e Martina Conte. Formatore e docente di regia cinematografica, ha insegnato a Barcellona fra il 2003 e il 2016, prima come docente di “organizzazione temporale della produzione ciematografica” e “direzione degli attori” presso l'Università La Salle/Ramón Lull e poi “Regia cinematografica” presso la facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Universitat Internacional de Catalunya. Ha collabora con l'Università di Cagliari e con il Celcam, impartendo laboratori di iniziazione ai mezzi audio/video, e un laboratorio sul documentario nell’ambito del “Master di II livello in filmaking” di alfabetizzazione audio-video e alcuni laboratori pratici sulla realizzazione audiovisiva. È stato fra i fondatori di Moviementu Rete Cinema Sardegna, in cui ha ricoperto alternativamente, fra il 2013 e il 2016, il ruolo di presidente e vicepresidente. Attualmente è in fase di pre-produzione del suo primo lungometraggio di finzione, e in quella di sviluppo di un secondo progetto di lungometraggio di tipo etnografico.